Il centro attuale di Presenzano, piccolo centro della Campania settentrionale interna, sorge arroccato su un’altura ai piedi del monte Cesima, dominando così l’estremità nord occidentale della piana del fiume Volturno. Le origini sono da attribuire al popolo sannita che costruì la prima massiccia rete di insediamenti fortificati sulle alture, chiusi da cinte murarie in opera poligonale, a difesa e controllo dei passaggi verso Sesto Campano e la piana di Cesima, di cui le tracce sono ancora visibili.

Nel 326 a.C. circa, Rufrae fu presa dai Romani, i quali stando al racconto di Livio(Livio VIII, 25, 4), invasero anche le vicine Callifae e Allifae(Callifae era situata sul monte Perrone di Roccavecchia di Pratella, mentre Allifae sul colle del Castello di Rupecanina). Poi tra il II e il I a.C., Rufrae  si spostò in prossimità della via Latina, ed era organizzata in vici. Nel Medioevo il nucleo  abitativo  rioccupò  nuovamente la  sua antica  posizione strategica sulla collina e acquisì il nome di Presenzano, che deriva dal gentilizio Praesentius.

Entrato a far parte, nel X secolo, del principato longobardo di Capua, Presenzano fu poi dominato nel 1097, con i Normanni, da Landenolfo conte di Teano. Nel Duecento il feudo venne unito a Vairano. Appartenne, pertanto, a Goffredo Caetani d’Anagni, a Bartolomeo di Capua, ai d’Aquino, ai d’Avalos. Il Castello conferma l’importanza strategica della posizione di Presenzano anche nel Medioevo. L’edificio fu costruito nel X secolo ricalcando la fortificazione sannitica precedente, e manterrà  la sua funzione, non solo nel corso del periodo della dominazione longobarda, ma anche durante quella sveva e angioina. Attualmente, le rovine del Castello presentano un corpo centrale, di cui resta solo parte della torre tronco-piramidale a base quadrata, e parte di un recinto esterno, al quale si saldava la cinta muraria nel borgo. Nel Cinquecento i d’Avalos cedettero Presenzano e Vairano a Giovanni Vincenzo Cossa. In quello stesso secolo il feudo di Presenzano fu separato da quello di Vairano e pervenne infine ai Del Balzo.

Il territorio dell’antica Rufrae comprendeva quel tratto di pianura tra monte Cesima e il Volturno, e probabilmente anche parte della conca di Mignano e della valle del vulcano di Roccamonfina, andando quindi verso sud9. Si tratta di un vicus, o meglio Rufrani Vicani, come riportato dalle iscrizioni (c.i.l. X 4830, 4831, 4833).

Dal punto di vista ambientale e morfologico sono da evidenziare l’abbondanza di acqua, grazie al lago di Vairano e al lago delle Corree, situati ai margini della piana, da un lato, e dall’altro il cosiddetto Bosco di Presenzano, di cui oggi non vi resta traccia.

Presenzano è identificato con l’antica Rufrae, sulla base delle sopravvivenze toponomastiche e di alcune indicazioni  di tipo epigrafico(C.I.L. X 4830, 4831, 4833, 4834), che insieme favoriscono inoltre, la definizione della vicenda storica del centro in questione.

La Tabula Peutingeriana riporta il toponimo ad Rotas lungo il percorso della via Latina. A riguardo vi è l’ipotesi del Caiazza di una presunta statio ad Rufrium, poi Rufum, poiché egli ritiene che Ad Rotas sia una probabile corruzione di Ad Rufas. Infatti, egli afferma che nel testo dell’iscrizione CIL X 4833, dopo un attento esame eseguito sul cippo, è stato possibile leggere Rupheni, e non Rufrani come aveva precedentemente letto il Mommsen. Infine, Caiazza sostiene che la voce latina rufus (rosso) sia stata conservata nel Medioevo nella forma   Rufa-Rufo, come Taverna di San Felice a Rufo, ovvero l’attuale  Taverna  San Felice.

Nella Carta della Diocesi di Teano troviamo il toponimo ripetuto più volte, al fine di localizzare l’antico centro in prossimità della via Latina. Pertanto, le iscrizioni provengono da questa zona.

Le iscrizioni, attestate sia nell’area dell’attuale Taverna San Felice, sia presso il centro medievale, rappresentano un contributo essenziale per la definizione delle vicende storiche. Esse infatti, confermano che vi fu una ripresa del centro nella prima età imperiale, o meglio quando ricevé il patronato di Agrippa  (C.I.L. 4831):

m · agrippae · l · f

patrono

rvfrani · vicanI

qvorvm · aedificia · svnT

e quando fu donato un acquedotto, di cui sono state scoperte le tracce, e che probabilmente, conduceva qui le acque della sorgente del Volturno portate da Augusto a Venafro  (C.I.L. 4833):

m · volcio · m · f

sabino · tr · mil ·

qvod · aqvam · ivliam

pecvnia · sva · addvxit

rufrani  vicani

L’abitato fu poi trasformato in vicus e probabilmente posto sotto il controllo di Teanum Sidicinum  (C.I.L. 4834).

d       m       s

m · sattio · ianvario

mil · chor · ii · vg · vixit

an · xxii · m · vi · fvllivs

ianvaris · et · sattia · ty

mele · Fil · dvlcissimo

L’etnico Rufrani è testimoniato anche nella seguente iscrizione (C.I.L. 4830):

imp caesar

cos. v . imp vi

rufrani vicani q(uorum)

aedificia . sunt

Pertanto le iscrizioni ci tramandano anche la forma istituzionale dell’abitato articolato in unità amministrative minori, ossia i vici, dotati di una propria autonomia con personalità giuridiche, grazie alle quali potevano ad esempio rivendicare proprietà di edifici.

Tra le fonti letterarie antiche è fondamentale Catone(Catone, De Agri Coltura, 12,4;  135,2),poiché altri autori quali Silio Italico (Silio Italico, VIII, 562-567),Virgilio(Virgilio, Eneide, VII, 739) e Livio (Livio, VIII, 25,4) ricordano semplicemente Rufrae come tra i centri sannitici catturati dai Romani nell’ambito della seconda guerra sannitica nel 326 a.C., insieme Allifae e Callifae. Catone infatti, è l’unica fonte che ci consente di ricostruire, sia pure a grandi linee, il paesaggio nei suoi tratti principali, infatti si riferisce ad una Rufri maceria, presso la quale sarebbero stati acquistati frantoi. Ciò attesta presenza e sfruttamento sistematico di cave presumibilmente  di calcare, stando ai resti ancora visibili di trapetum (Il trapetum è composto da una grossa pila in pietra o mortaio in cui, intorno ad un piccolo asse verticale, girano due macine semisferiche. Anche nel trapetum vi era un dispositivo per evitare di schiacciare i noccioli delle olive. Esso veniva azionato, come nel caso della mole olearia, dall’uomo. Una conferma dell’uso di questi arnesi in Italia, già nel 200 d.C., ci viene dai ritrovamenti di Stabia, Boscoreale e Pompei, e in Puglia) lungo la via Boscarelle, sul lato destro in direzione di Presenzano, e lungo la via Provinciale presso Masseria Ammessone, località Moreline. Inoltre, presso la località Taverna San Felice, vi è la presenza di una cava moderna della medesima pietra.

Secondo la studiosa Gioia Conta Hallerle “macerie” si riferiscono alle mura poligonali della fortificazione sannitica, situate sul Monte Castello di Presenzano. Ma a seguito di ulteriori studi, che hanno messo in evidenza un considerevole affioramento di trachite, la pietra vulcanica usata proprio per la produzione di macine e mole (preferita a quella ricavabile dalle cave di Roccamonfina poiché è molto più dura), oramai si ritiene più convincente l’ipotesi secondo la quale qui venissero prodotte le macine per le olive. Tale cava era posta ai margini nord orientali dell’abitato, quindi ai piedi delle sottostanti mura di cui sopra, ed essendo quella più vicina al Sannio, diminuiva i costi del trasporto. Inoltre, la principale risorsa agricola di Presenzano era proprio l’olivicoltura, come per i territori confinanti, quali S. Pietro Infine, Venafro, Allifae, Teanum Sidicinum e Cales, con gli oliveti nella fascia pedemontana.

Gli studi e gli scavi sistematici eseguiti nella zona qui in esame hanno  rilevato un  arco cronologico  che va  dal VI secolo a.C. al VI-VII d.C., quindi nuovi dati riguardo forme di occupazione del territorio. Le evidenze archeologiche, inoltre, contribuiscono alla definizione di un paesaggio antico pianeggiante avente verso sud una leggera pendenza, in parte corrispondente a quello moderno, infatti, il piano di frequentazione dei resti dell’anfiteatro in località Taverna San Felice, corrisponde all’incirca a quello attuale.  Ma il paesaggio è stato drasticamente modificato nell’aspetto complessivo della pianura, a seguito della costruzione della Centrale idroelettrica(I lavori di costruzione della Centrale idroelettrica Enel di Presenzano sono iniziati nel 1979 e si sono conclusi nel 1990, anno in cui è stato poi inaugurato), dato che il grande bacino poligonale con i riporti di terra nelle zone limitrofe, occupa la parte sottostante dell’abitato medievale e moderno. La situazione precedente a tale modifica del paesaggio è visibile grazie alla Carta della Diocesi di Teano, trattata di seguito.

I primi rinvenimenti si devono a W. Johannoswky, che tra il 1973 e il 1974 circa ha scavato in località Masseria Robbia, situata all’incirca ad un kilometro a sud dell’area sannitica, zona che fu successivamente occupata dal castello di Presenzano. Johannoswky ha riportato alla luce 27 tombe a fossa datate tra fine VII e prima metà del VI a.C., le quali rappresentano la prima attestazione di una presenza organizzata sul territorio. Il materiale ritrovato testimonia l’importanza del centro preromano. Si tratta di alcuni vasi in bucchero e bucchero rosso, ceramica sub geometrica, vasi d’impasto, tra cui le tipiche coppe di Presenzano su alto piede biansate, anfore, brocche, olle, insieme ad armi e fibule. Queste ultime sono di vario tipo: a doppio e/o triplo arco, a drago con ghiande, ad arco rettangolare con tre globuli, solitamente in ferro, e a navicella piegata, in genere in bronzo, in rapporto con i tipi diffusi nel Sannio; inoltre, era diffuso l’uso di fibule maschili anche nel costume femminile. Nelle sepolture maschili sono presenti anche armi, quali pugnali in ferro di provenienza picena(Si tratta del tipo ad arco, particolarmente diffuso nel Piceno, che solitamente presenta la parte centrale ornata con tre bottoni e una apofisi su stelo ad astragalo obliquo all’estremità della staffa). I corredi funebri di queste sepolture dunque, si presentano come testimonianza di scambi e rapporti con le aree interne appenniniche e con l’Adriatico. In località Masseria Perelle, ad est della Masseria  Robbia, Johannoswky ha scoperto anche resti di un santuario con materiale che si data tra il VI e il IV-III a.C., costituito da doni votivi rappresentanti guerrieri e/o figure femminili, e ceramica. Oltre a ciò, l’intera zona è interessata da uno strato di bruciato, probabilmente in relazione con le distruzioni causate dalla guerra annibalica. Tale strato sigilla quello sottostante, contenente materiale che si data non prima  del III secolo a.C.

Inoltre, sempre in località Masseria Perelle, sono stati trovati anche grossi ciottoli in calcare riferibili ad un asse viario con direzione nord-sud, lungo 10 m e largo 3,60 m, pavimentato con ciottoli e delimitato da muri a secco costituiti da blocchi irregolari in calcare, poi scoperto a seguito del necessario saggio di verifica. Sulla base del ritrovamento di frammenti di coppe con orlo ingrossato, orli di skyphoi, piedi e pareti di altre forme chiuse, si ritiene che la strada abbia avuto un periodo di frequentazione nel corso della seconda metà del V secolo a.C.; mentre, grandi frammenti di pithoi tardo arcaici, tegole, ceramica fine in argilla depurata con decorazioni a vernice nera, datano la fase di abbandono entro la metà  del IV secolo a.C. A circa cento metri dalle sepolture di Masseria Robbia si trova Masseria Monaci, dove sono state scoperte circa 79 tombe databili tra la fine del VI secolo a.C. e la fine del IV secolo a.C. La parte sud occidentale dell’intera area è occupata dalle tombe di fine VI secolo a.C., cioè le più antiche, mentre nella zona centrale, si trovano quelle di V secolo a.C.; infine, le tombe del IV secolo a.C. sono situate ad est. Si tratta di fosse scavate direttamente nel banco tufaceo con comune orientamento delle deposizioni in direzione nord est-sud est. La planimetria, che seguiva un sistema distributivo ordinato, riflette un’organizzazione sociale complessa. Dal punto di vista tipologico delle sepolture sono state individuati diversi tipi di fossa, che vanno da quelle più semplici di forma rettangolare, a quelle più complesse con recinto, talvolta dotate di letto di deposizione e ricettacolo (solitamente posto nella parte est della fossa, oppure in corrispondenza della testa e/o ai piedi dei defunto), a seconda dell’articolazione dello spazio tombale. Inoltre il rito inumatorio presenta tre varianti: semplice deposizione, deposizione in cassa lignea, copertura del defunto con tavolato ligneo poggiato sulle riseghe. Oltre a ciò il defunto e il suo corredo venivano ricoperti da un sottile strato di argilla depurata. Per quanto riguarda i corredi funebri sono composti da ollette a bombarda, olle e brocche in bucchero rosso, coppe e kylikes ad orlo distinto, ceramica attica a vernice nera e a figure rosse; i temi delle ceramiche figurate si presentano conseguenti  al contesto funerario: scene di libagione in onore di Kore, del rapimento di Tithonos da parte di Eos, della corsa a cavallo, di Triptolemos sul carro di Ade, di Eracle attorniato dai Satiri,  di inseguimento tra Satiri e Menadi, del sacrificio davanti ad un altare circolare di tipo etrusco adorno di sfingi e che esprimono il legame con il vino. In località Masseria Monaci è stato scoperto anche un grande fossato che ha andamento rettilineo con direzione nord ovest-sud est, lungo 7,20 m e largo 6,80 m e verso il basso si restringe fino a 4,50 m. Il fondo è costituito da una pavimentazione in ciottolato (glareatio) con piccoli frammenti di calcare e leucite. Gli strati di riempimento hanno restituito materiali di natura e composizione differenziate tuttavia databili tra il VI e gli inizi del V a.C. Data la vicinanza alla suddetta necropoli e l’esclusiva assenza, rispetto agli altri siti, di reperti riferibili a sepolture, ma al contrario presenza di materiali attribuibili ad abitato (laterizi e ceramica da mensa, fine e grezza), è stato ipotizzato che probabilmente si tratta di un fossato relativo ad un aggere contenuto da un muro a secco, formato da grandi e irregolari blocchi di calcare, che sia crollato, oppure sia stato scaricato nel fossato in questione dopo il V secolo a.C., cioè quando la struttura è stata abbandonata. Successivamente, Conta Haller, si è occupata dello studio di alcuni tratti delle mura sannitiche nelle fondamenta della fortificazione medievale e nell’alzato della cortina medievale, poiché questa ricalca la precedente fortificazione sannitica. I blocchi sono irregolari nella forma e nelle dimensioni e si distinguono da quelli medievali in quanto sono rozzi e sempre di grandezza notevolmente superiore. Tale scoperta documenta la rioccupazione medievale del sito, ma soprattutto la riutilizzazione delle strutture difensive, conservando nel tempo, la stessa importanza strategica del luogo. Caiazza, invece, osservò l’ampliamento della cinta primitiva verso nord ovest, e la presenza di un braccio della fortificazione, sempre al dì sotto della cortina medievale, che scendendo lungo le pendici della collina, su cui nasce il centro storico, si distacca dall’acropoli. Inoltre, inserì la cinta sulla rocca nel più ampio sistema di fortificazione dell’intero monte Cesima. Caiazza infatti, riferisce che la fortificazione preromana è stata usata come fondazione delle mura medievali. Tale circuito racchiude quella che è l’acropoli del centro antico sul versante meridionale della collina, ed è rinforzato a nord, verso il monte S. Leonardo, cioè sul lato più esposto all’attacco, da un secondo circuito murario megalitico esterno, posto ad una quota inferiore.

Agli inizi degli anni Novanta, Gasperetti e Russo hanno realizzato un significativo scavo presso l’anfiteatro in località Taverna S. Felice – Campo Cerrone, grazie al quale è stato possibile specificare le fasi di vita principali dell’edificio, che abbracciano un arco cronologico che va dal I secolo a.C. al IV secolo d.C. Dell’anfiteatro,  situato sulla via Latina, sono state rilevate le parti settentrionali e orientali della cavea, e l’ambulacro anulare relativo coperto da volta a botte, crollata però in diversi punti. L’edificio in gran parte era realizzato in opera reticolata di tufo giallo e con pilastri e stipiti in tufelli rettangolari. La cavea poggia sul lato corto occidentale della grande terrazza rettangolare in opera incerta, realizzata appunto, presso Taverna S. Felice. Pertanto, la costruzione dell’anfiteatro è successiva a questo intervento di terrazzamento, unica evidenza monumentale nota per la fase che va dalla fine del II secolo agli inizi del I a.C., durante la quale l’immagine di Presenzano è radicalmente trasformata. Dunque, con la costruzione dell’anfiteatro è stato realizzato un livellamento al fine di eliminare quell’andamento a terrazze che aveva la struttura precedente. Inoltre, i muri laterali dei vani preesistenti (con l’aggiunta all’estremità occidentale di stipiti e pilastri in tufelli rettangolari) sono stati sfruttati per costruire gli ambienti sul lato orientale dell’ambulacro. Nelle vicinanze dell’anfiteatro e del suo contesto, precisamente nel comune di Tora, quindi ad ovest dell’edificio, sono state rinvenute, nel 1996, a seguito dei lavori di sistemazione della linea ferroviaria Cassino-Napoli(Gli scavi sono stati realizzati dalla dott.essa A. Rosi con la direzione scientifica della dott.essa G. Gasperetti), 31 sepolture databili in un arco cronologico che va dal I al IV secolo a.C. Oltre a ciò sono stati scoperti: un tratto di strada; un condotto fognario con pareti in opera reticolata e vittata, e copertura a doppio spiovente in laterizi; uno scarico da officina siderurgica.

Nel 1999 F. Sirano si occupò degli scavi presso la località Aspriti, che hanno portato alla luce alcune tombe a cappuccina prive di corredo, riferibili all’età imperiale.

In località Masseria Durante, presso la strada provinciale Tora-Venafro al km 4+200 sono state scoperte nove tombe riferibili al V-VI secolo a.C., le quali hanno restituito oggetti del corredo funebre: anelli in bronzo e orecchini, insieme a frammenti ceramici con decorazione a pettine. Al km 4+460, sempre della strada provinciale Tora-Venafro, precisamente in località Pozzo è stato scavato un quartiere relativo ad un abitato, infatti sono stati individuati sette ambienti a pianta quadrangolare. Nei livelli più bassi sono stati trovati materiali di epoca romana con parti murarie in crollo, mentre ceramica altomedievale di  IX-X secolo consente di datare i livelli di abbandono. Si ritiene che le strutture più antiche si datano prima del III secolo d.C., dato che lo scavo non ha restituito, al dì sotto della pavimentazione degli ambienti, materiale databile.

La prima fase va dal II al I secolo a.C. ed è stato realizzato l’impianto dei muri di terrazzamento in opera incerta, e quello delle strutture del livello superiore; durante la seconda fase, probabilmente in età augustea, è avvenuta la costruzione dell’anfiteatro con il dovuto livellamento dell’andamento delle terrazze sul lato ovest delle strutture di contenimento della prima fase; nella terza fase (II secolo d.C. ?) è stato realizzato il prolungamento del muro di terrazzamento verso ovest con direzione est-ovest e la costruzione degli ambienti che vi si appoggiano; infine, durante la quarta fase, quella di V secolo a.C., è stata eseguita la costruzione della scala di collegamento tra ambulacro e strutture del livello superiore, e l’obliterazione del vano nell’angolo sud-est della cavea mediante scarico di materiale edilizio. Quest’ultimo probabilmente era l’ingresso originario dell’anfiteatro.

 

 

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