in Euterpe – Rivista di Letteratura (ISSN 2280-8108), V,2012

Nell’antica Roma possedere molti schiavi era segno di ricchezza in conseguenza della sua espansione, del suo dominio, quindi del suo potere: le popolazioni sconfitte venivano sottomesse e rese schiave. Grande ricchezza e potere dunque, consentivano il funzionamento della schiavitù: disumano fenomeno riscontrabile in tutte le fasi storiche   di Roma. Bisognerà attendere il Tardo Impero per vedere concludersi progressivamente il fenomeno della schiavitù grazie alla fine delle guerre di conquista, la diffusione del Cristianesimo e la concessione della cittadinanza romana.

Tra il II secolo a.C. e II secolo d.C., periodo del grande espansionismo romano, gli schiavi non avevano diritti di nessun tipo, e nel I secolo a.C. furono istituite le prime leggi a favore degli schiavi: ad esempio la Legge Cornelia (82 a.C.), secondo la quale il padrone non poteva uccidere lo schiavo se non per un motivo giustificato. Tuttavia, raramente venivano uccisi in quanto costituivano un bene costoso e redditizio, la cui importanza economica era fondamentale per la finanza dell’Impero. Infatti, per i padroni ricchi era possibile una sorta di forma di investimento, ovvero davano una somma di denaro ad uno schiavo particolarmente dotato per comprargli una bottega e avviavano così un’attività artigianale, incassandone i guadagni. La situazione poi migliorò in età imperiale, quando l’imperatore Claudio decise che il padrone doveva fornire allo schiavo le dovute cure mediche e in caso di morte sarebbe stato persino incriminato. Molti come Seneca e gli stoici, protestarono contro questa condizione ritenendo che gli schiavi erano esseri umani e non oggetti. Tra il III e il V secolo d.C. la vendita degli schiavo cominciò a diminuire progressivamente data la fine di quelle guerre di conquista che invece avevano caratterizzato il periodo repubblicano e la prima età imperiale, in quanto le popolazioni catturate diminuirono e pertanto gli schiavi diventavano sempre più una merce rara  e molto costosa finché la schiavitù si estinse progressivamente trasformandosi in servitù.

A Roma vi erano veri e propri mercati ben regolamentati di schiavi provenienti dalle regioni più remote dell’Impero appartenenti pertanto ad etnie diverse.  Essi erano principalmente divisi in due grandi categorie: i familia urbana, ovvero gli schiavi di città, i quali erano sottoposti a maltrattamenti minori in modo da non ridurne il valore nel caso dovessero essere rivenduti; e i familia rustica, ossia gli schiavi di campagna  che conducevano una vita straziante fatta solo ed esclusivamente di lavoro, sottomessi ad un ex schiavo che a sua volta gestisce proprietà e attività del suo padrone.  Tutti indossavano una targhetta appesa al collo o addirittura un collare fisso, con su scritto il nome e talvolta, persino la ricompensa per chi lo avrebbe riportato al rispettivo padrone. In quell’epoca si diventava schiavi in vari modi: alcuni vi nascevano essendo uno dei genitori già schiavo, e di conseguenza anch’essi di proprietà dello stesso padrone  che poteva farne ciò che voleva; altri, invece sono nati liberi, cioè fuori dall’Impero e sono caduti in schiavitù solo successivamente: si tratta ad esempio dei prigionieri di guerra che lo stato romano rivende ai privati; poi ci sono quegli schiavi che vengono comprati oltre confine dai mercanti di Europa, Asia e Africa. Ad essi si aggiungono quei bambini indesiderati vittime di persone senza scrupoli; ma ci sono anche tutte quelle persone che si sono indebitate e vengono per questo vendute dai loro creditori. Infine, ci sono tutti quelli che sono costretti a vendersi perché nati poveri.

Nel diritto romano, gli schiavi erano visti come delle cose e non come persone. A riguardo Varrone ci tramanda delle definizioni che ci testimoniano come essi costituiscano lo strato più basso della società: gli schiavi agricoltori venivano chiamati “strumenti parlanti” ed erano così distinti dagli animali e dai carri definiti pertanto “strumenti muti”.

Tramite la cosiddetta manumissio, lo schiavo poteva ottenere la libertà da parte del suo padrone grazie ad una lettera, oppure mediante testamento, o ancora recandosi presso l’Atrium libertatis (la casa della libertà) nella Basilica Ulpia presso il Foro di Traiano: qui il suo padrone poteva iscriverlo nelle liste dei censori e così diventava ‘liberto,’ riceveva la cittadinanza romana e automaticamente, otteneva quei diritti civili che fino ad allora gli erano stati negati. A questo punto il suo padrone diventava per lui ‘patrono’ , verso il quale aveva l’obbligo delle operae, cioè doveva fornirgli delle giornate di lavoro ogni anno.

La prospettiva di emancipazione serviva in un certo qual modo come incentivo nonostante molti non riuscivano ad ottenere la libertà. Il loro affrancamento era economicamente vantaggioso per il padrone, in quanto lo schiavo aumentava la propria produttività  e diminuiva i costi di sorveglianza durante le ore di lavoro e, allo stesso tempo, l’acquisto da parte dello schiavo della libertà ricapitalizzava il suo valore. Quindi, il padrone, sostituendo un vecchio schiavo con uno più giovane andava a rafforzare il sistema di schiavitù. Va da sé che ci troviamo di fronte ad un crudele sistema di totale sfruttamento.

Gli aspetti predominati nella trasformazione dell’economia nel periodo dell’espansione imperiale furono dunque, l’arricchimento delle élite romana e lo sviluppo massiccio della schiavitù. Quest’ultima fu il poi il risultato della conquista: in poco più di 200 anni i Romani conquistarono l’intero bacino del Mediterraneo e il grosso degli schiavi presente nell’Italia romana, cuore dell’Impero. Il tutto si accompagna ad un radicale cambiamento nell’organizzazione economica e politica dato che gli schiavi avevano un costo.

La schiavitù consentiva l’ostentata esibizione della ricchezza e contemporaneamente aumentava la discrepanza esistente tra il modo di vivere dei ricchi e quello dei poveri.

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