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Da una iscrizione proveniente dalla Casa degli Amanti di Pompei (parete est del peristilio, porta della stanza 13 si legge:

Amantes, ut apes, vitam mellitam exigunt
(Gli amanti, come le api, vogliono vivere nel miele)

Il miele è la sostanza alimentare che le api producono partendo dal nettare dei fiori o dalle secrezioni di parti vive di piante, che esse raccolgono, trasformano, combinano con sostanze proprie e depongono nei loro favi. Esso ha una storia molto antica. La presenza di piante che producono polline e nettare è documentata da 150-100 milioni di anni fa, mentre le prime api compaiono, insieme ai primi esemplari di primati, circa da 50 a 25 milioni di anni fa. Api che funzionano come organismo collettivo, dunque api sociali, avrebbero un’età che va da 20 a 10 milioni di anni or sono. Una delle prime attestazioni riguardo l’uso del miele da parte dell’uomo è di origine spagnola e proviene dalla ‘Cueva de la Arana’, presso Bicorp, in provincia di Valentia, di datazione ancora incerta, ma sicuramente post-glaciale (Fig.1). La pittura rupestre mostrerebbe un individuo che si arrampica su un albero, intento a raccogliere i favi sottratti alle api che poi ripone all’interno di una cesta, che tiene in una mano. Egli è circondato da api, che sembrano ammansite da una nuvoletta di fumo. La tecnologia primordiale è la stessa usata ancora oggi dai “cacciatori di miele” in India, che si arrampicano su scale di corda su rupi alte anche 100 metri (Mieliditalia).

La predazione del miele può avvenire in modo rudimentale infilando un bastone direttamente nel nido, ricavando così una piccola quantità di miele per uso personale, oppure allargando il buco di ingresso ed estraendo i favi. L’uso di entrambi questi metodi è stato osservato negli scimpanzé, pertanto non richiede capacità cognitive o tecnologiche tali da impedirci di pensare che siano stati praticati in ogni momento della storia del genere homo, ogni qualvolta esso abbia condiviso l’habitat di una qualsiasi specie di ape produttrice di miele (Bormetti, 2014).

Le prime testimonianze di allevamenti veri e propri, però, provengono dall’Antico Egitto. Molto probabilmente, infatti, i primi a capire l’importanza di offrire alle api un luogo dove creare l’alveare furono proprio gli Egiziani. Nacquero così attorno al 2600 a.C. le prime arnie fatte di rami, canne intrecciate e fango essiccato, avevano forma cilindrica e venivano poste vicine l’una all’altra per agevolare il controllo e l’allevamento delle api. Inizialmente, l’apicoltura era nomade fluviale e avveniva quindi lungo le sponde del Nilo (Mielidautore). Proprio dall’Egitto proviene una delle prime testimonianze di fondamentale importanza: dalla tomba egizia di Rekhmire, relativa al 1400 a.C., emerge una pittura raffigurante un intero ciclo della lavorazione del miele, in cui si vedono raffigurati dei contenitori aperti di forma conica con imboccatura molto larga, coperti da altri contenitori dalle stesse forme e dimensioni (Fig.2). Lo svolgimento della scena, lascia pensare che questi contenitori venissero utilizzati per l’immagazzinamento del miele. Sempre nella stessa tomba, sono rappresentati, in un’altra scena, uomini intenti a trasportare delle anfore, sulla base di iscrizioni geroglifiche, contenenti olio d’oliva, incenso, miele e vino mielato.

Famosa per qualità e quantità di miele prodotto era la Grecia: un delizioso miele era quello dell’isola di Kalymnos e anche l’Attica era conosciuta per il suo pregiatissimo miele di timo dell’Imetto. Il miele nel mondo greco e romano assunse anche un particolare valore sacro e un’origine divina, come testimoniano diversi miti: “quello di Zeus nutrito dal latte della capra Amaltea e di miele dalle figlie di Melisseo, di Dioniso allevato a miele da una ninfa e di Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, che insegnò agli uomini l’arte dell’apicoltura” (Apicultura2000), fino a raggiungere nel Medioevo, un uso costante che va ad intrecciarsi con quello dello zucchero.

A testimoniare l’importanza del miele nel mondo antico, sono le fonti scritte, dalle quali si deducono informazioni sulla produzione, sulla esarazione e sulla sua lavorazione.

Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia (XI, 11-12), dedicato soprattutto alle descrizioni delle caratteristiche degli insetti, afferma che proprio alle api competono il primato, dal momento che queste sono considerate Gentis hominum causa, create apposta per l’uomo, dunque una meraviglia prodotta dalla natura, la cui razionalità non può neppure essere messa a paragone con quella dell’uomo, poiché queste non conoscono altro, se non l’interesse comune.

Virgilio afferma: “L’organizzazione dell’alveare, prevede un lavoro per tutte le api; le più anziane badano alla costruzione e alla difesa dei favi, le più giovani raccolgono senza posa il polline dalle erbe e dai fiori, affinché l’inverno non le sorprenda scarse di provvista”. Lo stesso Virgilio, nel IV libro delle Georgica, tratta l’importanza della presenza di acqua vicino l’alveare, che deve essere limpida e fiancheggiata da un luogo ombreggiato, dove le api possono riposare (Kristensen). Anche Varrone (De Rustica III, 16, 12) cita l’acqua per favorire il lavoro delle api e afferma che l’alveare deve essere collocato nei pressi di una fattoria, rivolto verso oriente nei mesi invernali, in una zona dal clima temperato, con intorno acqua, che deve necessariamente essere pura e limpida, luogo adatto per porre un’arnia.

L’ambiente ideale sembrerebbe quindi identificarsi in una valle fluviale isolata ricca di prati naturali o di alberi da frutto e il comune denominatore della pratica apistica di ogni tempo è l’arnia, che da un punto di vista archeologico, indica qualsiasi manufatto replichi le condizioni indispensabili per la vita di un alveare.

Molte sono le testimonianze sui tipi di materiali usati per la costruzione di un’arnia, lasciateci dalla tradizione letteraria: Varrone, Columella e Plinio prediligono vimini intrecciati e ferula, ricoperte di letame per migliorarne le qualità isolanti. Comunque apprezzate sono le arnie costruite con assi di legno o incastonate direttamente sui tronchi degli alberi, che riproducono le condizioni dell’alveare selvatico. Columella è l’unico a parlarci di arnie di mattone, mentre Omero menziona le arnie di pietra dell’isola di Brac, in Dalmazia (Bormetti, 2014).

L’utilizzo del miele a noi più familiare è sicuramente quello alimentare. Tuttavia bisogna tenere presente che sebbene oggi costituisca un’alternativa non comune agli zuccheri raffinati, nel mondo antico era il principale dolcificante usato. La dolciaria, però, non era l’unico ambito di utilizzo del miele, che compare nella stragrande maggioranza delle ricette descritte nel De re coquinaria di Apicio: I romani apprezzavano la cucina agrodolce e il miele, insieme al garum o aceto era utilizzato per cucinare o condire la carne, la selvaggina, il pesce, i legumi e le verdure. Era dunque usato per le numerose salse e condimenti. Il miele era poi impiegato tanto per la conservazione di frutti e carni, in cui vi venivano completamente immersi. Un importante ruolo lo aveva anche nelle bevande alcoliche e non. La più famosa è sicuramente il mulsum, il vino mielato che i romani preparavano coi vini più pregiati. Simile, ma realizzato col mosto anziché col vino era il melitites, che diveniva idromiele se fatto fermentare o veniva usato anche per una bevanda semplice di latte e miele. Veniva inoltre sfruttato per le proprietà medicinali, quali antinfiammatorio e antibatterico, e usato per pratiche rituali, in quanto rientrava sicuramente nel banchetto funebre, data la sua importanza nell’alimentazione quotidiana (Bormetti, 2014).

a cura di Carmen Cannizzaro

 

 

Glossario:
Arnia: struttura apprestata dall’uomo per l’allevamento delle api (Fonte: vocabolario Treccani , s.v.)
Favo: il favo naturale è sempre costruito in pura cera, secrezione ghiandolare delle api operaie. In natura le api costruiscono i favi in serie parallele secondo una direzione costante, questo modo di costruire sembra per l’influenza del campo magnetico terrestre (Fonte: www.apicolturaonline.it).
Garum: salsa ottenuta dalla fermentazione in salamoia di sardine, acciughe o delle interiora di pesci più grandi; era una specialità della cucina dell’antica Roma (Fonte: www.garzantilinguistica.it, s.v.).
Melitites: significa mielato, con aggiunta di miele, con sapore di miele, con odore di miele: miele unito al vino ( Fonte: www.bibenda.it)
Mulsum: Il Vinum Mulsum era il vino dolcificato col miele, ma talvolta la dolcificazione avveniva con frutta molto dolce come fichi o datteri ( Fonte: www.romanoimpero.com).
Peristilio: 1. Colonnato che gira intorno a un cortile, e, per estens., il cortile stesso, tipico della casa italico-romana di età ellenistica e imperiale. 2. Portico a colonne che recinge l’esterno di un edificio (Fonte: vocabolario Trerccani, s.v.)

Bibliografia:
Apicultura2000. (s.d.). da www.apicoltura2000.it
Bormetti, M. (2014). Api e miele nel Mediterraneo antico. ACME- Annali della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano, VOL.67, N°1.
Mielidautore. (s.d.). da www.mielidautore.it
Mieliditalia. (s.d.). da www.mieliditalia.it
Kristensen, K. (s.d.). Api e miele nella letteratura classica.
Stojanovič, A. V., & Jones, J. (2002). Ancient Beehives from Isthmia. «Hesperia» 71.

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