Dopo l’enorme successo della mostra “Un mondo di emozioni: la Grecia Antica, 700 a.C. – 200 d.C.” durata dal 9 marzo al 24 giugno 2017 a New York, la Fondazione Onassis ha deciso di riallestire l’esposizione, questa volta ad Atene nel Museo dell’Acropoli. La mostra è aperta dal 18 luglio e sarà visitabile fino al 19 novembre.

Locandina della mostra “Un mondo di emozioni: la Grecia Antica, 700 a.C. – 200 d.C.”, durata dal 9 marzo – 24 giugno a New York; logo della Fondazione Onassis.

L’obiettivo della mostra è esplorare l’anima e le emozioni degli antichi vedendoli così sotto una luce diversa, non come modelli di razionalità ma come carne e sangue, per ammirarli nella loro semplice umanità. Vittime dell’odio e dell’ira, spinti ad agire in nome dell’amore o dell’onore, accecati dalla follia o reclamanti vendetta per la morte di un caro, bruciati dalla vergogna o dal desiderio; i Greci  “si mettono a nudo” e mostrano il lato più intimo e più oscuro di sé. La mostra non solo avvicina gli antichi al nostro sentire ma permette di far conoscere al vasto pubblico la loro parte irrazionale e come questa veniva espressa e rappresentata nell’arte. Inoltre, offre una grande varietà di reperti: vasi, sculture, rilievi funerari, maschere teatrali, amuleti, monete e altre opere d’arte, che portano il visitatore a spasso nel tempo dal VII secolo fino al II secolo a.C. I pezzi esposti provengono da collezioni sia greche, come il Museo dell’Acropoli e il Museo Archeologico Nazionale di Atene,  sia estere, come il Louvre e il Museo di Berlino.

 

Locandina della mostra “εmotions”.

Se la sequenza e la disposizione dei reperti rimane più o meno invariata dalla precedente mostra newyorkese, l’allestimento è diverso, pensato per gli spazi del museo ateniese, e sviluppato in collaborazione con l’architetto Eleni Spartsi. Altre persone che hanno collaborato alla realizzazione del progetto sono Angelos Chaniotis, docente di Storia Antica e Studi Classici presso l’Istituto di Alti Studi dell’ Università Statunitense Princeton e membro del Consiglio della Fondazione Onassis negli Stati Uniti; Nikolaos Kaltsas, direttore onorario del Museo Archeologico Nazionale; Ioannis Mylonopoulos, professore associato di antica arte greca e Archeologia presso la Università Columbia). La supervisione generale dell’esposizione aggiornata è stata presa dal presidente del Museo dell’Acropoli stesso, il professor Dimitris Pandermalis.

La mostra è collocata in un ambiente distinto rispetto al museo dell’acropoli (con ticket a parte, ma gratis per gli studenti europei), concepito come una grande spirale: una stanza principale, circolare con al centro due statue, i pezzi forti della esposizione, le statue di Eros e di Photos, rappresentanti e incarnazioni dell’emozione più potente, l’Amore. Intorno a questa sala circolare si sviluppano moltissime vetrine per lo più contenenti reperti ceramici.
Eros e Photos, l’amore e il desiderio amoroso, sono posti insieme quasi a voler ricreare quel gruppo statuario di Lisippo formato da Eros, Photos e Himeros, una sorta di “iconografia dei volti dell’Amore”.
Per gli antichi Greci esistevano più tipologie dello stesso sentimento: Photos, è l’amore per qualcosa/qualcuno di irraggiungibile, l’anelito e la spinta continua ed incessante verso ciò che non si raggiunge mai, ciò verso cui tendiamo. Himeros è il desiderio carnale del momento, mentre Eros l’atto sessuale e Antenore, l’amore corrisposto, la reciprocità, la relazione legittima.
Girando per le sale, il visitatore viene travolto da innumerevoli emozioni, a seconda di cosa sta ammirando: il dolore dei cari impressa su una stele funeraria, la difficile scelta di sacrificare la propria figlia per una causa maggiore, la morte suicida di un eroe rappresentata su un vaso, e così via.
La mostra inoltre mette a disposizione del pubblico 11 video dove trovare spiegazioni sui miti e racconti epici rappresentati sui reperti.
Oltre alle opere, anche l’allestimento della mostra dà un forte impatto visivo e emotivo: grandi pannelli verticali in varie sfumature di rosso, dal rosa chiaro al più profondo cremisi, guidano i visitatori attraverso la mostra, a simboleggiare la gamma e l’intensità delle emozioni. Oltre al rosso, anche il grigio è presente come colore dominante all’interno della mostra, a rappresentazione del lógos, la parte razionale che si oppone a quella emotiva, il pàthos.

Eros (Copia romana in marmo dall’originale di Lisippo conservata nei Musei Capitolini di Roma.) e Photos (copia romana da un originale greco di Skopas del 330 a.C. circa).

Le emozioni sono indagate con criteri distinti: un’area della mostra, definita “spazi dell’emozione”, indaga il pathos in diversi contesti: negli spazi sacri, in quelli privati, in quelli pubblici, nelle battaglie e nel luogo della morte, nel contatto tra vivi e morti, nel compianto e nel ricordo. Vi sono poi sezioni dedicate alle emozioni non controllate, per finire poi nella follia più pura.
Si capisce quindi quanto l’emozione fosse  parte essenziale e dominante del mondo greco, quanto questo popolo amasse rappresentare il proprio sentire, investigare l’animo umano e cercare di descrivere le passioni non solo attraverso la pittura e la scultura, ma anche attraverso le parole e la recitazione, con il  mondo della tragedia; non c’è opera o testo che indaghi meglio emozioni forti e incontrollate delle tragedie di Euripide, in cui i protagonisti sono molto spesso isolati e compiono monologhi, cercando di descrivere i propri sentimenti o angosce. A differenza di Eschilo e Sofocle, gli eroi euripidei sono deboli, fragili e vicini all’uomo comune, pieni di dubbi e incertezze, vittime completamente assoggettate dal thumòs, l’impulso irrazionale, come Eracle nell’omonima tragedia, o protagonisti attivi che consapevolmente compiono azioni riprovevoli e folli per arrivare ad uno scopo, come Medea.

Stele funeraria con scena di saluto, inizio del III secolo a.C., marmo, Santorini, Cimitero di antica Thera, Museo Archeologico di Thera.

 

Sacrificio di Ifigenia, I secolo d.C., Napoli, Museo Archeologico (proveniente da Pompei).

 

Maschere tragiche

 

Lekythos con Aiace suicida, 460 a.C., a figure rosse, attribuito al pittore Alkimachos, Attica, Antikenmuseum

Nella raffigurazione sulla lekythos, Aiace si sta per uccidere, trafiggendosi con la sua stessa spada, dopo aver riacquistato la lucidità e essersi reso conto della strage del gregge da lui compiuta. Dalla omonima tragedia sofoclea. “Figlio, deve toccarti successo migliore del padre. Il resto identico. Non saresti da poco. Pure, già ora ho motivo d’invidia per te: non hai sentimento della mia miseria. Non possedere un io che pensa; ecco l’età più cara! Finché non sperimenti godere e soffrire. Ma toccherai quell’istante, e allora sarà tuo assoluto dovere chiarire, in mezzo a chi odi, da che padre, che tempra è la tua”

Il conflitto ragione-passione, lucidità-impulso è uno dei più usati nelle tragedie greche; l’eroe o l’eroina non riescono a trovare un equilibrio e finiscono nel peggiore dei modi. Non è un caso se ben tre sezioni della mostra si chiamino “Medea”, “Emozioni conflittuali” e “Emozioni non controllate” e che tra i reperti vi siano delle maschere teatrali. Il teatro non è che un lungo intreccio di emozioni di personaggi e pubblico. Tuttavia, se andiamo indietro nel tempo, vediamo che le emozioni erano già un elemento centrale sin dalle origini della letteratura: l’intento di Omero non era forse quello di cantare l’ira dell’eroe Achille?
Alla sfera dell’irrazionalità, oltre alla follia e all’amore, appartengono anche le più semplici e basilari emozioni, che si manifestano quotidianamente in ogni uomo.  Le emozioni influenzano e spesso definiscono le comunicazioni e le azioni; quando le persone esprimono un’emozione generalmente seguono una norma sociale. La percezione, l’espressione e la rappresentazione dell’emozione è definita quindi dalla società a cui si appartiene.

Nell’arte antica le emozioni non venivano, almeno all’inizio, rappresentate attraverso l’espressività del volto, ma soprattutto attraverso la gestualità e il corpo. Soltanto con Skopas e Prassitele il mondo greco scopre la forza espressiva del volto. Un gesto o un’azione aveva un significato ben preciso all’interno della società e ogni emozione era espressa nella rigida modalità prevista dalle norme sociali, in qualsiasi contesto. Anche nell’arte quindi le emozioni venivano espresse tramite codici.
Un tipico gesto per la rappresentazione del dolore nel contesto del rituale funerario era quello di tenere le braccia alzate o sulla testa: è il modo di comunicare che si sta provando quella particolare emozione e di far capire quindi, con un’immagine, lo stato emotivo del personaggio.

Donna che compiange un guerriero morto. A sinistra le armi a terra. Forse Eos che piange la morte di Sarpedonte? 530 a.C, Musei Vaticani. Esposto nella mostra Emotions.

La tristezza (e, in alcuni casi, il pianto; vedi lo studio di Giuseppe Pucci, “Pianto e gesto fra teatro e arti figurative”) molto spesso è rappresentata attraverso una figura rannicchiata o seduta a capo chino, con il corpo interamente coperto da un velo o un mantello.

Particolare dell’affresco del Sacrificio di Ifigenia presente nella mostra: Agamennone, interamente coperto da un mantello, con il capo abbassato ed una mano che gli copre gli occhi, volge le spalle alla scena, sotto il peso della responsabilità di aver acconsentito al sacrificio della figlia

Agamennone:
Ahi, che farò, misero me? Di dove   prender le mosse? A che giogo fatale   avvinto son! M’ha prevenuto il Dèmone,   che d’ogni astuzia mia stato è piú scaltro.   Oh quanto giova esser del volgo! Piangere   posson senza riguardo, e ciò che vogliono   liberamente dir; ma per me, nobile,   tutto ciò sconverrebbe. Al viver nostro   dà le norme il decoro; e della turba   siamo gli schiavi. Ed io, cosí, di piangere   or mi vergogno, e poi, misero me,   mi vergogno di non piangere, quando   sono caduto in così gran sciagura.   Che potrò dire alla mia sposa? come   l’accoglierò? come oserò lo sguardo   levar su di lei?”

Particolare, Achille si dispera perché Briseide viene allontanata, coppa ateniese a figure rosse, British museum, E 76.

“εmotions” è una mostra narrativa che racconta il mondo invisibile e intimo delle emozioni umane nella vita personale, sociale e politica dell’antichità, una passeggiata tra gli animi degli antichi tra le loro passioni e dolori e il loro modo di comunicarle.

 

Recensione a cura di Caterina Pantani

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