in Euterpe – Rivista di Letteratura (ISSN 2280-8108), II, 2012

Erotismo deriva da “Eros”, la divinità greca dell’amore, e denota il desiderio erotico in tutte le sue disparate manifestazioni, inteso anche come il tipo di relazione che si viene a creare tra gli oggetti interessati. Infatti, Freud sosteneva che il desiderio erotico si presenta come un impulso che tende a muovere l’essere umano verso la ricerca del piacere.  Ne deriva che il desiderio erotico può manifestarsi anche nell’attrazione verso la rappresentazione di esso; non a caso Platone scrive che l’oggetto erotico possiede una capacità di attrazione verso sé stesso come una calamita, specie nel momento in cui ne sentiamo la mancanza. Si veda ad esempio la leggenda della statua di Pigmalione, come ci narra Ovidio nella sua opera “Le Metamorfosi” (X, 243). Egli presenta Pigmalione non come il re di Cipro, bensì come l’artista, ovvero lo scultore che si innamorò proprio di una sua statua in avorio, la quale raffigurava una donna nuda, tanto che implorò Afrodite affinché trasformasse la statua in essere umano in modo da poterla sposare, in quanto la considerava superiore a qualunque donna e, per tale motivo, dormiva accanto ad essa sperando che un giorno si animasse. Fu nelle feste rituali in onore di Afrodite che Pigmalione si recò proprio nel tempio della dea per pregarla di concedergli in sposa quello che era il suo ideale femminile. Afrodite accettò e così la statua prese vita. Si sposarono  e nacque il figlio Pafo, il cui nome fu poi assegnato ad una città di Cipro, dove non a caso fu  costruito un tempio dedicato alla dea dell’amore. Dunque, la metamorfosi di un essere inanimato dove la dedizione dell’artista alla sua opera è tale che lo spinge verso immedesimazione e congiungimento con esso grazie alla ricerca della Bellezza  e dell’Amore, cioè Afrodite.

Bisogna aggiungere che l’erotismo può esprimersi anche in forme che non prevedono necessariamente il suo effettivo appagamento, quindi attraverso fantasia e immaginazione concretizzandosi in prodotti artistici e intellettuali.

Le antiche civiltà hanno trasmesso un’ampia documentazione visiva dell’erotismo. Esempio lampante sono i ‘postriboli’, dal latino ‘postribulum’ da prostàre: essere esposto al pubblico, in vendita; i luoghi di prostituzione definiti dalle stesse donne che sull’uscio eccitavano i passanti tanto da essere chiamate “pro – stibulare”. I Lupanare sono tutt’oggi visitabili presso il sito archeologico di Pompei. L’edificio è situato all’incrocio fra Vicolo del Balcone Pensile e Vicolo del Lupanare ed è aperto su ciascuno di essi, infatti una porta immette nel vano d’ingresso: una stanza centrale dalla decorazione molto semplice al dì sopra della quale vi sono quadretti raffiguranti scene erotiche. Su questo vano d’ingresso si affacciano sei stanze prove di qualunque decorazione: pareti semplicemente intonacate assieme a letti in muratura addossati ad esse stesse. Poi vi è un terzo ingresso, ossia una rapida scala che conduce alla balconata del primo piano composto da altre cinque celle. Infatti, per sfruttare al meglio lo spazio a disposizione, l’accesso ai vari ambienti non era dall’interno bensì dalla balconata collegata sui vicoli, e protetta da una tettoia.

Il Lupanare era un luogo intensamente frequentato in antico con determinati scopi come confermano i numerosi graffiti di carattere erotico lasciati sulle pareti dai clienti nonché i quadretti presenti all’interno dell’edificio: tutti si presentano con fondo di colore bianco, privi di sfondo e ambientazione. Si tratta di pittura popolare, ossia quel complesso di raffigurazione che rientrano in quei generi non documentabili con fondate ragioni, in particolare scene di vita reale, tra le quali appunto rientrano quelle dei Lupanare.

Caratteristica rilevante dell’erotismo è la presenza di un vissuto emotivo.

La leggenda d’amore più bella che ci è pervenuta dal passato è quella tra Amore e Psiche: essi rappresentano l’amore passionale e il piacere per eccellenza, tanto che dalla loro unione nacque un figlio dal nome Piacere. Fu Apuleio, scrittore latino del II d.C., che scrisse “Le metamorfosi”. Qui si racconta che Psiche era di una bellezza tale che nessun uomo si sentiva all’altezza di corteggiarla e si pensava che fosse l’incarnazione di Venere, dea della bellezza. Infatti, Venere invidiosa e offesa da questa bellezza mortale, chiese aiuto al figlio prediletto Amore/Cupido per far sì che Psiche si innamorasse dell’uomo più brutto e sfortunato della terra, tramite le infallibili frecce, appunto di Cupido. Il piano di vendetta di Venere fallì: Amore fu rapito dalla bellezza di Psiche e così fece erroneamente cadere la freccia sul suo piede, e da quel momento cominciò ad amarla perdutamente. Per evitare l’ira di sua madre Venere, Amore decise di portare Psiche nel suo palazzo grazie all’aiuto di Zefiro, ma poi si incontrava con lei di notte senza mostrarle il suo volto  e Psiche dovette accettare questo compromesso, ossia doveva solo accontentarsi del suo amore senza però vederlo in volto e tanto meno chiedergli di svelarsi. Ma le sorelle di Psiche la spinsero a svelare il volto di quell’uomo che le travolgeva i sensi. Così gli avvicinò una lampada ad olio al volto e fu colpita dalla straordinaria bellezza di quell’uomo. Purtroppo, nel momento in cui stava per baciarlo, ella fece cadere una goccia d’olio della lampada su Amore: lui comprese ciò che era accaduto e decise di allontanarsi abbandonando Psiche nello sconforto. A questo punto Venere venne a conoscenza di tutto e per tale motivo scatenò la sua ira sulla povera psiche, che decise così di punirla sottoponendola ad una serie di difficilissime prove ma ella riuscì a superarle tutte. Allora, Venere, ancor più adirata, la sottopose alla fase più difficile, ovvero discendere negli inferi e chiedere alla dea Proserpina un po’ della sua bellezza. Psiche così fece, e Proserpina le consegnò un’ampolla; presa dalla curiosità aprì l’ampolla per scoprirne il contenuto e a quel punto fuoriuscì non la bellezza bensì una nuvola di sonno profondo che la fece addormentare. Psiche fu poi risvegliata dal suo Amore. Giove il padre degli dei, decise che i due amanti potevano e dovevano stare insieme. Da questa unione nacque il figlio di nome Piacere.

La leggenda ha un significato fortemente allegorico che vede come protagonisti Amore (Cupido/Eros) identificato come il desiderio, mentre Psiche rappresenta l’anima. Pertanto, dall’unione dell’amore e dell’anima nasce il piacere.

 

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